Gaetano Ravizza: il poeta randagio

“Spesso la condotta di un uomo
riscaldata dal vino,
non è che l’effetto di ciò che,
negli altri momenti,
avviene nel suo cuore”
J. J. Rousseau

Quel giorno alzai il bavero del cappotto camminando velocemente per le vie di Acqui; era novembre, il cielo era plumbeo ed immobile.
Avevo appuntamento con Giacomo, un anziano signore che aveva accettato di aiutarmi nel tentativo di ricostruire la biografia del poeta Gaetano Ravizza, personaggio di cui avevo sentito raccontare molto in città.
Giacomo abitava da sempre nell’antico palazzo di Salita San Guido 27, lo stesso in cui aveva vissuto il Professore; quest’ultimo aveva passato gli ultimi anni di vita in una piccola stanza buia ed umida al pian terreno concessagli dai proprietari dell’edificio dopo la morte della madre.
Entrando nel piccolo ambiente notai subito che la polvere, l’odore di disinfettante ancora presente ed i mucchi di libri sparsi per terra conferivano all’insieme un senso di resa, di profondo abbandono.
Gaetano Ravizza sembrava ancora presente in quell’ambiente in cui, come raccontava Giacomo, si era spento invocando la madre, la Verità, i nemici infami, quasi combattesse contro qualche invisibile nemico.
Giacomo era stato solo suo conoscente, saltuario compagno di bevute dal momento che Ravizza non dava confidenza a nessuno, anzi, diceva che ad Acqui, il natio borgo selvaggio - non c’era proprio da fidarsi.
Tutti sapevano chi fosse Ravizza, noto per i comizi improvvisati lungo le vie del centro storico e l’aspetto mai trasandato nonostante le vicissitudini di un’esistenza incerta, faticosa.
Le braccia deformi, la mano tremante probabilmente per un eccesso di confidenza con la bottiglia, la bocca sdentata, gli occhi intelligenti ma sporgenti, allucinati, rendevano il suo viso simile più che altro ad una maschera, quella di un povero infelice più che di una lingera locale.
I suoi guizzi d’ironia, i versi che traduceva alla perfezione dal greco, le poesie che recitava con passione, gli conferivano un alone di rispetto e dignitoso contegno.
Aveva vissuto a lungo con la madre, una bella signora che faceva l’insegnante; la donna, rimasta vedova quando Gaetano aveva sei anni, rappresentò per lui l’unica relazione felice con il mondo femminile; a lei, presente in molte poesie, sono rivolte invocazioni spesso commoventi, testimoni di un profondo legame che il poeta non smise mai di rimpiangere.
Il padre, Enrico Augusto, di origini genovesi, morì in guerra a causa di una malattia e la sua perdita lasciò al giovane Gaetano un grande vuoto.
Da quando mi era capitato di leggere, per puro caso, uno dei suoi libretti intitolato Le solitudini, del 1948, avevo percepito che si trattava di un pensatore e di un poeta molto particolare; il suo stile era inusuale, anacronistico rispetto alle correnti letterarie a lui contemporanee perché aulico e ricercato, molto attento alla forma. Percepivo, nonostante ciò, il dolore esistenziale che Ravizza esprimeva e ne ero incuriosita; avevo così iniziato a comporre i pezzi di un affascinante mosaico.
Giacomo raccontava che il Professore, durante i discorsi pubblici che spesso teneva per le vie di Acqui con il suo linguaggio forbito e ricercato, inveiva contro i ricchi, i capitalisti, coloro che disprezzavano le arti e la poesia, i preti e tutta la Chiesa.
Durante i drammatici giorni dell’occupazione di Acqui Terme da parte delle truppe tedesche era solito tuonare anche contro di loro, i crucchi invasori, gesticolando febbrilmente quasi a volerli cacciare ma durante le sue arringhe non risparmiava neppure i partigiani.
La sua retorica faceva pensare ad un conservatore molto originale, che non si interessava o quasi di politica ma pensava esclusivamente alla poesia, citava Leopardi, esempio di perfezione intellettuale, poi Mazzini e tutti i grandi autori della Grecia classica.
Ovunque il Professore sembrava trovare bassezza, decadenza spirituale e volgarità; unica consolazione erano i libri come i testi di mistica orientale, teosofia o di alchimia ai quali si dedicava completamente.
Faticavo ad immaginare quest’uomo così colto e tormentato aggirarsi di notte per la piazza della Bollente e fantasticare che la soluzione per salvare gli uomini dal pericolo della guerra sarebbe stata una Fratellanza Universale, una qualche forma di organizzazione sociale e spirituale che perseguiva la Verità ed il ritorno ad un mondo arcaico.
Iniziavo a pensare che ci fosse un evidente contrasto tra il Ravizza pubblico, delirante, deriso e allo stesso tempo rispettato, e quello privato più dolente e cupo, spesso tormentato dalla ricerca di senso.
Giacomo diceva che era facile incontrarlo al bar intento a vendere i suoi libri di poesie o i suoi oroscopi per recuperare qualche spicciolo. Non pochi si sottoponevano ai suoi oracoli, chi per riderne dopo con gli amici, chi per fare un’opera buona e questo permetteva a Ravizza di tirare avanti vista la sola pensione d’invalidità che percepiva.
Come capita a volte nel corso dell’esistenza, era venuto anche per lui, improvviso, un tempo felice, un breve lampo di luce a cambiare per pochissimo il corso degli eventi: si era innamorato. Anche questo episodio è, però, avvolto dal mistero.
La ragazza era tedesca, conosciuta fuori Acqui in uno dei suoi probabili soggiorni a Trieste o a Firenze e nei pochi mesi in cui goderono della reciproca compagnia il Professore fu felice, come testimoniano le limpide poesie scritte in quegli anni, breve parentesi nella sua produzione.
Dopo alcuni mesi di frequentazione, infatti, la giovane lo abbandonò e questo fatto, unito soprattutto alla morte della madre poco più tardi, diede il colpo di grazia al poeta.
Seppi da Giacomo che il Professore negli anni ’50, aveva subíto un ricovero in manicomio, esperienza durante la quale aveva dedicato una commovente poesia ad un compagno di stanza morente, ma fu dagli anni ’65-66 che Ravizza visse un lento, inesorabile, tracollo.
Da allora si intensificarono deliri pubblici e privati, scatti di rabbia che un nonnulla bastava a provocare, ma soprattutto pensieri sempre più cupi, angoscia e solitudine; le poesie divennero merce di scambio, scritte freneticamente, più per necessità materiale che per ispirazione. Nei momenti di serenità, anche se rari, come ricordava Giacomo, il Professore tornava per un attimo se stesso, lo sguardo si perdeva a decantare la bellezza della natura, i viaggi compiuti in gioventù, i meravigliosi giardini dei Boboli a Firenze.
Ma erano solo brevi istanti; alla disfatta causata dall’alcol si aggiunse con il tempo quella provocata dal diabete che pervase e indebolì completamente il corpo.
Il declino fu rabbioso, tormentato ma, nonostante ciò, la necessità di scrivere lo accompagnò anche nella malattia; sembra che negli ultimi momenti di lucidità Ravizza scrivesse le sue poesie reggendo la penna con la bocca, furente di dolore.
Mi venne subito in mente un altro artista: Antonio Ligabue, che verso la fine della sua esitenza dipingeva, nonostante la paresi quasi totale, con l’aiuto della bocca. Pensavo tra me che genio creativo, travaglio esistenziale e follia fossero elementi spesso coesistenti della personalità di scrittori, poeti, pittori. Mi ricordai, così, solo in quel momento del libretto di Ravizza che avevo con me, quello intitolato Le solitudini.
Mentre Giacomo volgeva la sua attenzione ai libri di Ravizza così numerosi e raggruppati sul pavimento, lessi in silenzio qualche riga di una poesia (Miserabilità del 1948) in cui trovavo riassunto il dramma esistenziale di Gaetano Ravizza:

Diseredate della speranza
vanno le forme umane
col greve fardello
della loro miseria,
stravolte,
fantomatiche (…)
Passa.
Ride e motteggia la città
Che non conosce la fame,
il lancinante stimolo che dà la miseria.
Vanno.
E nell’agonia di ogni giorno
invocano la morte
a quel Cristo a cui non credono più (…)
I relitti della strada vanno…

L’asciuttezza della poesia di Ravizza, la sua drammaticità mi fecero venire in mente la prefazione al libretto Le solitudini scritta dall’anglista Valeria Vampa che era stata amica di Ravizza frequentando probabilmente lo stesso gruppo teosofico a Trieste. Nelle sue riflessioni la studiosa accostava la poetica del Professore a quella di Baudelaire per via del suo modo di intendere ed inneggiare al ruolo del poeta:
(…)Liriche ispirate dal poeta Baudelaire; ispirate ma distintamente individuali. Il poeta ritrae, infatti dalle cose create, espone le vibrazioni dell’anima sua, i palpiti più ardenti del suo cuore; la sua arte è subordinata al suo ingegno, è una manifestazione viva e luminosa della sua psiche e perciò ci fa provare le emozioni più ardenti e sincere(…).
Valeria Vampa, Prefazione a Le solitudini (1948)

Pensavo anch’io, come Valeria Vampa, che si può considerare poeta colui che richiama presso di sé il nostro pensiero, che sa esprimere i nostri dolori, rivelare i nostri dubbi, essere espressione delle nostre aspirazioni più elevate.
Trovavo che Gaetano Ravizza fosse riuscito, pur con tutti i suoi affanni, ad affrontare il tema della difficoltà del vivere riuscendo a far splendere, secondo un’espressione di Valeria Vampa, la luce della poesia; ero convinta, inoltre, che con la sua abbondante produzione poetica Ravizza avesse testimoniato, a suo modo, il faticoso viaggio dell’uomo alla ricerca del senso dell’esistenza.
Mentre mi apprestavo ad uscire dalla sua stanza insieme a Giacomo, non potei, quindi, fare a meno di ringraziarlo e salutarlo con il pensiero augurandogli, come scriveva Baudelaire, di (…) slanciarsi con ala vigorosa verso le regioni luminose e serene (…).


Gaetano Ravizza (1912/1986)
Il mistico connubbio che divinizza
Di Pierpaolo Pracca

Ah! Girasole
Ah! Girasole! Stanco del tempo
Che conti i passi del Sole,
cercando quel dolce dorato paese
dove il cammino del viaggiatore è finito.
Dove il giovane consumato dal desiderio,
e la pallida Vergine ammantata di neve,
si alzano dalle loro tombe e respirano
dove il mio Girasole desidera andare.
W. Blake Ah! Girasole


Il Sofo Poeta acquese

Scrivere di un poeta dimenticato, sul quale mai nulla è stato detto è impresa difficile, ma al tempo stesso alquanto affascinante. Si tratta di ricostruire un mosaico con un paziente lavoro di ricerca e di incastri. Poco alla volta prende forma un disegno, una storia, una struttura che connette. E’ ciò che mi è successo con Gaetano Ravizza fino a pochi mesi fa, per me, soltanto un nome ascoltato nei racconti di mio padre ed ora divenuto un interlocutore in grado di stimolare la mia curiosità di ricercatore dilettante. Questo lavoro mi ha consentito di integrare le testimonianze orali di coloro che lo hanno conosciuto ai pensieri delle sue liriche, che si estendono su un arco temporale di circa 40 anni. Da ciò emerge una personalità complessa, un intellettuale eclettico e controcorrente rispetto al suo tempo e alle grandi tensioni ideologiche del dopo guerra. Ravizza, dalla sua casa di Salita S. Guido , per mezzo secolo, ha osservato e raccontato la realtà da una visuale del tutto particolare attraversando indenne la guerra degli ismi coltivando l’utopia visionaria di un’ arte poetica, che nella sua immaginazione, avrebbe dovuto sollevare l’umanità ad un livello di consapevolezza superiore in vista di una fratellanza universale .


(…) Cresciuto alla Scuola Universale di Sapienza,
che ai migliori infonde il Vero Amore,
ho forgiato con tenacia la mia intelligenza
per conseguir sulla terra degno valore!
(…) Voglio cantare ancora le bellezze
E l’Amore che vedo alitare,
come semplici e angeliche carezze,
in ogni città e in ogni italico casolare!
Voglio cantare, cantare, e ricantare
Tutto ciò che sa di Bene e di Migliore,
e nell’ore di sosta bisognare
un poetico Destin fatto d’Amore!

G.Ravizza Voglio Cantare!!! Ne Le mie voci, 1956


(…) Bisogna elevare il cuor riprovato
E alla redenzione offrire noi stessi
Lasciando salire il canto beato,
dai misteriosi e profondi recessi!
Così, questa sera, riprendo a cantare
Per l’intimo Bene di esser Poeta,
che vuole pel mondo ancora anelare
Un degno riscatto di grazia completa! (…)

G. Ravizza, Ritorno all’Empireo in Parla: ti ascolto, 1971


Questo moderno sofo-poeta così amava essere definito Ravizza, può considerarsi un appartenente locale al vasto mondo dell’irrazionalismo. La sua poesia è essenzialmente una lirica di ricerca ed evocazione religiosa che lo conduce ad un’inquieta e a volte maniacale ricerca di Dio. Una ricerca destinata ad essere compiuta in solitudine, sottolineata nelle sue opere da significative ridondanze.
Dio si raggiunge grazie ad un rapimento estatico, ad un indiamento che è superamento dei sensi. Nella sostanza significa abbandonare l’io che intrappola la coscienza in una sterile circolarità senza sbocchi se non quello della sofferenza.


(…) Adesso, che il colloquio è pressoché finito,
anche per i miei Cari disincarnati,
adesso, che so che se non v’è speranza d’Infinito
meglio, davvero, era non esser nati (…)

G. Ravizza, Il colloquio è finito ne Le porte della vita


Forse proprio per questo bisogno di fuggire al dolore esistenziale Ravizza si avvicinò al misticismo (soprattutto a quello orientale) dimostrando una sete di infinito che lo condurrà con alterne fortune ed entusiasmi a frequentare gli studi filosofici sperimentando anche i sentieri più esotici. Ravizza dal suo natio borgo selvaggio sognava l’India ed il Tibet come luoghi ideali grazie ai quali sperimentare la pace e la serenità che forse mai raggiunse.


Quando io potrò
Andar laggiù,
nell’India mia ideale,
donde viene la Luce?
Là nel montagnoso Tibet,
alla sacra città di Lassa
nella solitudine ascetica
e nel silenzio immobile
dell’aura invisibile
contemplerei il mio IO reale (…)

G. Ravizza L’imo desir ne Il segreto dell’amore, 1974


Egli è autore dai forti contrasti; il suo umore in modo bipolare fluttua tra periodi di ardente passione per le cose della vita e forti depressioni; il che ci pone di fronte un intellettuale diviso tra il bisogno di elevazione spirituale ed il malessere esistenziale con il quale dovrà convivere fino alla fine dei suoi giorni.


(…) sai dirmi il perché di questa vita
Che è diventata così buia e trista,
da render la mia alma tanto avvilita,
da farmi perder del Ben anche la vista?
Eppur da anni cerco ogni salvezza
Nei libri della Morte e della Vita,
nella passione e nella tenerezza
di una speranza lontana e indefinita; (…)

(…) Maestro, talvolta inorridisco s’io penso,
che tutto ciò che noi speriamo in terra
non sia che l’illusion del nostro senso;
e sento in me una feroce guerra. (…)

G. Ravizza, La mia Condanna ne La ciotola del saggio, 1952


Ravizza l’antimoderno

Il suo essere nel mondo lo vede in opposizione da un lato alla fredda visione delle scienze positive e dall’altro ai dogmi della religione cattolica nei confronti della quale entra spesso in aspra polemica.
La sua poesia è basata sull’ispirazione finalizzata al raggiungimento dell’assoluto. Da ciò si intuisce la sua concezione romantica del potere creativo della fede vista come facoltà suprema dell’uomo in opposizione ai sensi e all’intelletto. Per Ravizza il fine della poesia è quello di raggiungere la visione divina. Da qui il valore religioso del gesto poetico che non rispecchia la realtà ma la svela nella sua essenza soprannaturale. Chiaro è dunque l’intento di rendere l’arte un concetto sacrale ed il poeta/artista una figura che potremmo definire sacerdotale. Dal punto di vista filosofico la sua poesia si rifà alla tradizione del neo-platonismo e dei mistici orientali. C’è, infatti, nelle opere di Ravizza l’implicito di una caduta- in illo tempore - nella materia, intesa come prigione dalla quale l’uomo deve liberarsi per riconquistare l’unione con il creatore.
Egli ci lascia un corpus letterario di notevole interesse. La sua poesia è tenacemente orientata al tema della realizzazione spirituale. Si interessa di Teosofia (Il sentiero poetico), di Massoneria (La Scala Aurea e la Ciotola del Saggio, Fede , Virtù, Valore) di Rosacrocianesimo (Il Roseto Ardente) di Alchimia (Il Sentiero Poetico) e di misticismo (Le meditazioni di un mistico e Infamie e catene nel paradiso buddista).
Ravizza sembra cristallizato in un pensiero che risente delle suggestioni della letteratura teosofica di fine 800. Nelle sue liriche emerge chiaramente il bisogno di superare il nichilismo e il mal di vivere che lo porterà in manicomio e all’alcolismo con l'adesione ad un pensiero antico e mitizzato come quello ermetico/esoterico .
Tali interessi tracciano la fisionomia di un conservatore in piena polemica con il mondo moderno e con il pensiero scientifico. Ravizza è spesso sprezzante con la società in cui vive come si può capire dai versi che seguono scorgendo in essa i segni di una decadenza che allontanano l’uomo dalla propria natura più autentica che è quella spirituale.


(…) Ora che è solo abbandonato a sé,
in mezzo a ignote e conosciute genti,
che lo ritengono gnomo o scimpanzè,
nel darwiniano senno di sconvolte menti (…)
(…) Si guarda attorno, sconsolato e mesto,
il Poeta del duolo e dell’amore, stanco,
di soffrire per mantenersi onesto,
in mezzo all’avido venal branco (…)

G. Ravizza Elevazione ne Realtà ed illusioni nella poetica dell’io, 1969/70


Per Ravizza il suo tempo manca di un’etica, di un significato e di una simbologia che possano dare anima e senso alla vita. Egli ritiene che il mondo moderno abbia in fondo negato la trascendenza ed il valore simbolico della vita relegando l’uomo all’infelicità .
Alla base della sua Weltanschang antimoderna e antimaterialista, che gli fa criticare sia il cattolicesimo che la democrazia c’è la sua adesione ad un pensiero tradizionale che si contrappone alla modernità. Ciò lo inserisce in quel filone culturale conosciuto con il nome di idealismo magico al quale, tra le due guerre, parteciparono intellettuali come Evola, Reghini, Servadio.
Nelle sue liriche emerge il sogno aristocratico e sacerdotale di un ritorno ad una età dell’oro dove era possibile la comunione dell’uomo con Dio.


(…) un’eterea aspirazione di cielo,
la benefica e nobile parola
squarcia ogni illusorio velo
e col ritmo che consola,
mi rinforza e mi rincuora,
mi oltreumana di divina Realtà (…)

G. Ravizza, La voce del Tibet, ne Sentiero Poetico, 1952


Il poeta, al pari dello sciamano assurge al ruolo di psicopompo costituendo il termine medio tra l’umano ed il soprannaturale.
Tutto ciò è sostenuto con ostinato coraggio ed in orgogliosa solitudine a dispetto dei suoi tempi nei quali l’intellettuale dichiarava la sua impotenza di fronte all’esistenza ed alla domanda di senso.


(…) sento desio d’Elevazion l’alma ben noto,
non di materialità, come inane gente (…)
(…) sento desio d’anima buona e amica,
che mi rinnovi la speranza orbata,
che m’aiuti a superar una civiltà nemica,
che la fede nel bello ha calpestata! (…)

G. Ravizza Risorgere nel bene, ne Ritornare alla riva, 1958


La poesia, al contrario, per Ravizza, assume un ruolo salvifico ed il poeta vive la responsabilità di aiutare gli uomini a compiere il cammino faticoso che conduce a Dio.


(…) Questa è la mia ardente aspirazione,
che servo al cuore come cosa cara,
e nell’intima mia aspettazione
alimentare ogni virtù più rara (…)

G. Ravizza Sintesi di vita ne Sottovoce con Calliope, 1968


Ravizza e il Neo-Rondismo

Gaetano Ravizza nel 1949 è cofondatore insieme al poeta milanese Erminio Tedeschi e ad altri poeti e scrittori provinciali italiani del movimento neo-rondista. Nel manifesto del 49, vennero esposti i principi di questo movimento letterario, che si proponeva di analizzare e fondere Classicismo e Futurismo valorizzando il misconosciuto scrittore italiano. L’intenzione dei neo-rondisti fu quella di promuovere la funzione sociale dell’arte come educazione e sollievo spirituale delle masse in un’ottica pacifista (si pensi che l’Italia era appena uscita dal secondo conflitto mondiale e che si era appena entrati nell’ottica dei blocchi contrapposti).
Nelle intenzioni dei fondatori, il neo-rondismo doveva essere uno sviluppo del rondismo, con il quale condivideva il tentativo di ritornare alla tradizione, nonché alla prevalenza dell’aspetto formale della poesia su quello contenutistico. Il neo-rondismo era aperto anche alle esperienze del Novecento letterario che segnavano o avevano segnato nel recente passato una rottura con la tradizione, quali il simbolismo ed il Futurismo. Per il neo-rondismo l’artista e lo scrittore diventano responsabili del sollievo spirituale delle masse. Il punto di riferimento del movimento fu la rivista maltese La Nuova Crociata fondata nel 1937 dal poeta Vincenzo Maria Pellegrini che dal 1949 al 1954 ospitò gli scritti dei neo-rondisti dando particolare risalto al concetto di letteratura quale viatico allo sviluppo spirituale dell’uomo contemporaneo. Il primo convegno dei poeti neo-rondisti, al quale Ravizza partecipò , si tenne sulle pagine de La Nuova Crociata nel giugno-luglio del 1951. Il movimento ebbe termine con la cessazione della Nuova Crociata, ciò nonostante il neo-rondismo costituì un tentativo sincero da parte di un gruppo di scrittori di provincia di partecipare al dibattito letterario del dopoguerra proponendo una visione del mondo molto distante da quelli che erano i modelli culturali in auge in quegli anni.

(…) Il neo-rondismo si propone il risveglio spirituale delle nostre facoltà intellettuali, un ritorno alle fonti della bellezza, un apprezzamento più serio della poesia, uno studio più profondo dell’arte (…) Soprattutto occorre avere fede in noi stessi e riconquistare quel mondo soprannaturale ove l’uomo dimenticando la sua umanità si ricongiunge in ispirito col suo Creatore in un mistico connubio che divinizza (…)
Vincenzo Maria Pellegrini, A.I n 1, aprile 1949, p.2

Ravizza, anche dopo la fine ufficiale del movimento, continuò ad ispirarsi ai suoi valori sordo a quelle che furono le istanze che caratterizzavano le opere dei suoi contemporanei. Egli da quello che definiva l’eremo solitario continuò per più di trent’anni una produzione originale completamente slegata nello stile e nei contenuti della letteratura del suo tempo.
Il suo modello di poeta sembra uscire indenne dalle sfide della modernità o per lo meno il male di vivere che traspare dalle sue liriche trova rifugio e sublimazione in una prospettiva di ascesi che dovrebbe compiersi attraverso l’arte di una poesia che trae ispirazione dai miti greci e soprattutto dal sincretismo religioso della teosofia otto e novecentesca .


Ravizza e la Teosofia

Ravizza costituisce in sé una figura paradigmatica per quanto concerne il movimento neo-rondista. Egli scrive in uno stile aulico, privilegiando l’endecasillabo sciolto, insensibile alle provocazioni del verso libero e spezzato; dimostra altresì una attenzione per pensieri e filosofie che all’inizio del secolo scorso costituirono suggestivi richiami per avanguardie artistico-letterarie.
Leggendo in filigrana le sue opere è possibile trovare la presenza di esotismi che vanno dal pensiero teosofico di Elena Blavatsky, al movimento Cristiano Umanitario, dalla Fratellanza di Myriam fondata da Ciro Palmisano, alias Giuliano Kremmerz, al movimento acquariano, fino alla massoneria e al movimento rosacruciano .


(…) La somma e trascinante Teosofia Antica,
che da anni mi alimenta mente e cuore,
m’ispira ancora una buona rima amica,
e mi fortifica di Saggezza e d’Amore.
La mirabile e penetrante Massoneria
Mi sa insegnare i passi del valore vero,
scavando fosse ad ogni azione ria,
altari elevando alla virtù con cuore altero!
Il mio pensiero amante dell’ansito divino,
porta il mio picciol “io”, tremante del domani,
a valicare con Metafisica Cristiana il confino
dei falsi dogmi e degli inutili spauracchi insani!
Poi in un volo di uomo eclettico e vivo,
dolce e amorevole è accostarmi riverente
a quello che di speculazion è privo
cioè all’Alleanza Universal dell’Onnipotente (…)

G. Ravizza, Pellegrinaggio spirituale ne Le Monachine, 1957


Ciò che connette la sua vasta opera sembra essere l’aspirazione ad una pace interiore che coincide con il raggiungimento di un Dio che più che a quello cattolico fa pensare al Grande Architetto della tradizione Massonica. Questo mistico connubio che divinizza è ottenibile attraverso la poesia e l’arte. La poesia per Ravizza è uno strumento di elevazione prima ancora che intellettuale di natura spirituale, quindi il poeta smette i panni decadenti del veggente e ritorna alle interrogazioni metafisiche proprie di un certo romanticismo. Forte è il suo anelito all’assoluto o a ciò che definisce il grande creatore raggiungibile attraverso un superamento delle istanze egoiche tipiche del pensiero moderno


(…) Ed io sentivo in me quanto distante
T’avea portato la fiducia nella scienza
Che della fede giovanil l’ali avea infrante,
pronunciando un’atea sentenza! (…)

G. Ravizza, Reparto pensionati, ne Ritorno alla riva, 1958


Quella di Ravizza è una critica alle moderne sorti e progressive che allontanano il nostro cuore da un contatto genuino con il divino, concetto quest’ultimo sul quale ritorna insistentemente in molte sue liriche anche più recenti


(…) Pur nell’incoscienza del suo ingrato “io”
Cerca l’uomo ancora una speranza,
ma poca è la fede che gli arde in petto,
e troppa la manasica baldanza! (…)

G. Ravizza, Reparto Pensionati ne Ritorno alla riva, 1956


Nelle sue opere è ricorrente il tema dell’io ingrato che impedisce all’uomo un contatto diretto con l’assoluto.


(…) Sotto la Volta del Tempio Universale,
che è il Cosmo immenso che ci ha dato Iddio,
coi Fratelli di Fede mossi l’ale,
comprendendo l’illusion del piccol io (…)

G. Ravizza, Maestra di Vita ne L’Orma sulla strada, 1953


Egli si può considerare un poeta mistico che nelle liriche ci parla delle fatiche compiute nel tentativo di raggiungere la pace estatica del Budda, l’incontro con una dimensione dove tutto è ordine e bellezza per dirla con Baudelaire , uno spazio metafisico capace di conferire senso e pienezza alla vita come si evince dai versi che seguono


(…) non ho cercato, no, un Budda nichilista:
ho cercatoli Bello e il Vero dell’oriente
ho cercato il Bene d’ogni sana conquista
non l’apatia di chi adora il “niente” (…)

G. Ravizza, Liberatemi nell’armonia ne Io vado nella notte, 1957


Budda al pari di Cristo, Lao Tse ed altri grandi Maestri del passato costituisce per Ravizza l’esempio da imitare colui il quale con il suo insegnamento ha tracciato la via per la redenzione dalla sofferenza da quel male ontologico (malum mundi) che soltanto l’unione con il divino può curare. Il dolore umano per il nostro è legato allo iato esistente fra l’uomo e Dio; questa separazione mortificante è superabile soltanto estinguendo l’io, concetto quest’ultimo che Ravizza media dalla filosofie orientali.


In Elevazione, infatti, Ravizza si rivolge al Cristo pregandolo di liberarlo dalle costrizioni dell’io
(…) e come l’io si giaccia in constrinzione,
dinnanzi alle umane lusinghe,
senza speranza di redenzione (…)
(…) portami dunque, a più sereni climi,
purificato dalle insane scorie,
ove hanno sede gli intelletti opimi
incuranti delle vantate glorie;
aiutami a deporre le catene
delle stolte ed inumane borie (…)

G. Ravizza, Il Puro silenzio ne Il mondo moderno, 1978


che oscura l’intelletto al puro bene. L’io, per il nostro poeta, è la causa prima del dolore e della sofferenza umane. Quindi è attraverso la sua estinzione che è e possibile godere di una chiara luce per utilizzare un termine caro al pensiero teosofico. L’io per Ravizza rende schiavo l’uomo di una realtà finita che lo imprigiona. E’ infatti l’io che genera il desiderio e l’azione condizionata dallo stesso; ma l’azione secondo desiderio lega sempre di più l’io al mondo materiale rendendo l’uomo sempre più bisognoso e lontano dalla verità. Il mondo dei sensi è quindi illusione, un tenue riverbero della vera realtà e va superato per cogliere l’essenza oltre l’apparenza, l’eterno oltre il contingente.
L’uomo, è felice e giustificato solo in Dio


(…) E in questa quiete ammantata di Bene,
vorrei addormentarmi in grembo a Dio,
come un bimbo ignaro delle pene,
che pesan e strazian nel fondo del mio io! (…)

G. Ravizza, Il puro silenzio ne Il mondo Moderno, 1978


il che significa che Ravizza va oltre le tentazioni nichiliste di un certo buddismo facendo della poesia e della meditazione uno strumento di salvezza interiore.


(…) oh, se i più avveduti e intelligenti
Sapessero spersonalizzar l’egoistico io
Onde irradian Amore nell’altrui menti,
quanta gioia nel cor, quanta speranza in Dio!(…)

G. Ravizza, Contrastato ideale ne Il segreto dell’amore, 1974


Egli pensa che per raggiungere Dio, l’uomo, debba previamente svuotarsi, diventando nulla. Solo in questo modo sarà possibile raggiungere l’assoluto. Ravizza sostiene l’idea di un Dio/nulla, un essere senza essere, come nella teologia negativa e nella mistica buddista. L’incontro con Dio non prevede una relazione tra un io ed un tu; si tratta al contrario di un’esperienza impersonale, dove il nulla è uno spazio metafisico che conferisce senso. Al nulla di Dio corrisponde lo svuotamento dell’uomo attraverso l’estinzione dell’io. Di fronte al nulla dell’uomo, il nulla di Dio non può che accoglierlo come il mare accoglie la goccia. Nel punto in cui svanisce il confine tra il soggetto e l’oggetto emerge il senso di un tutto che è insieme nulla. Per Ravizza Dio è esperienza del tutto/nulla, del pieno/vuoto che si raggiunge nell’attimo come in tutte le esperienze mistiche. E’ nel qui ed ora (hic et nunc) che si rivela il senso delle cose, l’immediatezza della vita, la totalità del reale,


(…) Adesso credo soltanto nell’eterno Presente,
vissuto ora e qui ed ora e sempre
sperando in ciò che sento e in ciò ch’è assente,
forgiando me stesso in degne tempre! (…)

G. Ravizza, L’Elogio dell’eterno presente ne Le porte della vita, 1957


a questo punto subentra indicibilmente la grande gioia, il tempo e lo spazio spariscono, è nell’attimo che per Ravizza il poeta trova l’eternità.


Ravizza e il pensiero massonico

La Strada Aurea alla vera conoscenza è possibile attraverso una meditazione del cuore, un affidarsi all’assoluto senza mediazioni. A questo proposito è interessante la lirica Conversione del 1952 nella quale Ravizza confessa ad un amico il suo allontanamento dalla chiesa cattolica


(…) convien ch’io dica perché il Tempio adorno
Abbandonai per questa umil stanzetta
Ove prego il mio Dio notte e giorno (…)

G. Ravizza, Conversione in Scala Aurea, 1952


Rivelando il bisogno di vivere un rapporto più libero e diretto con la divinità al di là dei dogmi delle religioni rivelate


(…) io d’alloro mi son salvato
Dal dubbio orrendo che mi tormentava
E mi rendeva quasi indemoniato (…)
(…) l’anima sognava inferni e paradisi immaginari
Da relegarvi l’anima schiava,
adesso invece in piena libertà,
lungi da dogmi ortodossi e avari
l’anima canta il salmo della bontà (…)

G. Ravizza, Conversione in Scala Aurea, 1952


La conversione ad un pensiero esoterico pare donargli una nuova serenità. Ne La Scala Aurea egli ci conduce attraverso la sua esperienza iniziatica (reale o immaginaria non lo sappiamo) all’interno di una confraternita massonica .

(…) Tu m’hai portato in questa aulente valle
Dove il dolor ormai m’è sconosciuto,
anche se greve m’è ascender l’aspro colle! (…)

Il tema dell’amore per la pratica massonica viene ripreso anche in Fede, Virtù e Valore del 1956, opera nella quale Ravizza esprime una fede sincera nel pensiero muratorio. E’ grazie al cammino iniziatico che si rende possibile il sogno temerario della mistica unione con Dio.


(…) solo chi ha sete del Sommo Sapere Divino
Può sviscerare la Verità occulta,
che tutto informa il Massonico Destino
della provata e saggia Anima adulta;
solo chi servì con fede ed obbedienza
potrà nel Triangolo scoprire il gran Ternario,
che rivela nell’occulta sua Sapienza
la vera Gloria di un sogno temerario!

G. Ravizza, Sintesi Muratoria, in Fede, Virtù, Valore, 1956


Non mancano, tuttavia, i toni polemici contro quei massoni che disonorano la fratellanza con comportamenti scorretti, volti più al conseguimento di vantaggi materiali che spirituali. Ciò è evidente nella lirica Elogio Meritorio dedicata al fratello muratore Bruno Agazzi con il quale condivide l’opinione secondo la quale l’esperienza massonica dovrebbe rivestire un significato eminentemente spirituale.


(…) Attorno a Noi s’elevano talvolta
Omini inulti assetati di Potere,
ma giunti sotto la celeste volta
come è assai poco il loro Ver Sapere! (…)

G.Ravizza, Elogio Meritorio in Fede, Virtù, Valore, 1956.


Il Dio di cui parla Ravizza è il Dio della tradizione massonica rosacruciana al quale ne Il difficile passo del 1952 si rivolge utilizzando l’appellativo di Divin Maestro


(…) Per noi si va verso il Divin Maestro,
che a Lui ci attrae similmente a gomma,
se il nostro air ver’ lui è stato destro;
cade così il velo dei profani,
e una luce radiosa tutt’assomma
Il cosmo dei misteri più arcani(…)

G. Ravizza Il difficile passo ne La Scala Aurea, 1952


Ravizza e la donna

Ravizza nasce il 5 Giugno del 1912. Nel 1918 rimane orfano del padre morto in guerra. La madre si risposerà nel 1921 con un uomo vedovo e padre di tre figlie. Questa perdita avviene che il piccolo Gaetano ha sei anni, in una fase del ciclo di vita assai delicata. Non è facile ricostruire tutte la tracce lasciate in Ravizza da questa morte. Essa può aver originato un forte senso di colpa, a condizione che si ammetta la teoria del Complesso di Edipo. Per Freud, il bambino, in questa fase del suo sviluppo, desidera la morte dell’uomo che occupa presso la madre il posto che egli vorrebbe conquistare per sé. Ma quando questo desiderio viene esaudito, il bambino si rimprovera la morte del padre come se fosse lui il responsabile. Questa spiegazione è valida per Ravizza? Bisognerebbe studiare i diversi modi con cui Ravizza/bambino reagisce di fronte alla morte. La considera come una rinuncia, una fuga, un’impossibilità di sostenere la prova della vita? Se ciò fosse vero si spiegherebbero alcune caratteristiche di Ravizza/adulto da un certo punto di vista timoroso e rinunciatario rispetto al mondo, più incline a ricercare la sicurezza nella figura della madre. Le sue ossessioni mistico religiose e i problemi di alcolismo tradiscono forse il bisogno di raggiungere il padre in una sorta di suicidio mascherato e di associarsi a questa figura primitiva rimasta inesplicabile ed affascinante? Tutto ciò probabilmente favorisce in Ravizza la ricerca di sicurezza nella figura materna con la quale svilupperà un rapporto simbiotico che non riuscì mai a superare. La madre diventerà per Ravizza l’ideale femminile per eccellenza, il porto sicuro presso il quale sedare l’inquietudine esistenziale. Questa esperienza generalizzata all’intero genere femminile farà in seguito della donna l’angelo in grado di elevarlo all’assoluto a quel padre creatore tanto anelato e ricercato nelle sue peregrinazioni religiose e culturali. E proprio alla donna, madre/buona, Ravizza si affida nella speranza di una vita serena. Questo bisogno emerge in accorate liriche nelle quali il poeta dialoga con donne angelicate, che, tuttavia, spesso lo lasciano solo riproponendo l’antica ferita abbandonica che solo in parte riesce a sublimare e a trascendere grazie al sogno di una illuminazione in grado di porlo direttamente a contatto con l’assoluto, con la verità. La donna per Ravizza appare colei che può conferire la via della salvezza: la radice, la forza che può radicare alla vita, alla casa, ai figli che abolisce la provvisorietà, annienta la solitudine aprendo all’uomo una prospettiva che è fatta di senso. La solitudine per Ravizza è qualcosa di ben più profondo dello starsene soli, è il risucchio nel non senso, la minacciosa mancanza di motivazioni che ne fanno spesso il poeta randagio arrabbiato della vita.


La donna/Angelo
Ravizza descrive la donna come l’Angelo tutelare dell’uomo occidentale.

Lo consacro a Te, o Donna, questo mio libricino; a Te che sei l’Angelo Tutelare della mia passione di uomo occidentale; a Te, che sei fedele nelle notti ascetiche e silenti; a Te che dopo aver calmato i miei ardimentosi sensi mi abbandoni al mio riposante nirvana di oblio e di contemplazione, di meditazione e di trionfo spirituale (…)

G. Ravizza, La missione della Moderna Myriam ne Il Sentiero Poetico, 1952


Questa espressione nasconde un pensiero che ai più potrà sembrare reazionario. Di fatto il nostro si ispira ad una concezione tradizionale della donna che richiama apertamente il pensiero teorizzato dal barone Julius Evola in Metafisica del sesso. Con l’espressione, Angelo Tutelare, Ravizza si riferisce ad un sistema di idee secondo il quale la donna diviene copula mundi un medium di elevazione spirituale a Dio. Si tratta di una metafora che allude all’unione mistica dei due principi femminile e maschile (yin e yang) nell’ottica delle cosiddette nozze alchemiche. Per Ravizza l’eros apre ad una realtà profonda di natura superiore e trascendente. L’esperienza sessuale è colta in un significato che porta al di là di tutto ciò che è fisiologia, istinto di riproduzione o sentimentalismo, mentre la donna è descritta nella sua funzione di elemento spirituale

(…) so che sei l’angelica farfalla uscita dalla crisalide della vita umida per avventurarti seduttrice ed ammaliatrice sull’aspro e luminoso sentiero della via secca : la via radiosa del sole (…)

G. Ravizza, La missione della moderna Myriam ne Sentiero poetico, 1952


La donna, come per i Fedeli D’Amore medievali, diviene, l’elemento che permette di ascendere ad una dimensione altra dell’esistenza. E’ quindi necessario che essa prenda consapevolezza della sua vera essenza che è di natura divina

(…) non occorre che tu creda alla maniera che credono oggi le oche nostrane del dispotismo, che vivono la tragedia storica dei loro partiti filodemocratici; occorre che Tu comprenda il vero carattere dei filosofi adepti e che lo insegni ai tuoi figli (…) Dirai o Donna alle tue figlie che quella piccola e bassa porta di vita è la sentenza che Dio per ogni nata Vergine e che ricordino, oltre della Vergine Maria, anche La Vergine Indovina che non si concede ai neri corvi famelici del dispotismo femminista (…)

G. Ravizza La missione della moderna Myriam ne Sentiero poetico, 1952


Ravizza in questo brano non anela alla donna angelo del focolare cara ad un certo immaginario borghese.

(…) Cessa, o Donna, di cucinare, di tessere, di allattare, di donarti ogni notte tremante e semi-nuda, e senza maschera , nel tuo naturale mantello femmineo di carne, vieni alla Luce della Rigenerazione! (…)

G.Ravizza, La Missione della Moderna Myriam ne Il Sentiero Poetico, 1952


Essa più che una figura allegorica o una astrazione teologica è teosoficamente parlando la shakti della tradizione tantrica o la donna angelicata dei Fedeli d’Amore medievali. E’ la donna iniziatica ed allo stesso tempo la donna iniziatrice. Essa suscita nell’uomo un trasporto considerato tale da avere effetti estatici capaci di condurre verso una esperienza redentiva di unione mistica con il divino. Essa possiede la conoscenza del cuore è centro di fuoco animatore, elemento sopranaturale che ci congiunge con l’assoluto. E’ l’elemento in grado di estinguere quell’io supponente che ci costringe ad un forzato esilio dal divin fulgore. La donna riveste il ruolo di colei che conduce all’illuminazione, al nirvana, a quella pace e serenità che Ravizza ricerca con l’intensità e la bramosia di un pellegrino medievale. La donna è l’anelata compagna,


(…) dopo tanti inganni sopportati
Per l’amore del Bello e della vita,
verrai a me a porger la speranza,
che mi faccia sorrider ad altri fati
e di un puro Amor mi dia l’esultanza (…)

G. Ravizza Verrai…L’Incognita ne Sentiero Poetico, 1952


la Beatrice avuta in dono dal Grande Architetto del Mondo che permetterà al poeta di cogliere l’assoluto


(…) Nel regno di Madonna Poesia,
dove tutto è sublime e incantatore,
sarai l’eterna amante, sarai la sposa mia,
sarai colei che avrà tutto il mio Amore!

G. Ravizza Verrai…All’Incognita ne Sentiero Poetico, 1952


Quella di Ravizza è una donna capace di condurre a quell’Amore, che per il pensiero teosofico è l’elemento senza morte – amore come a-mors- al conseguimento della salvazione (si può vedere l’equivalente occidentale della liberazione indù). Per Ravizza la donna è in grado di portare in atto ciò che nell’uomo è in potenza oppure si trova in uno stato grezzo e disordinato. In termini aristotelici si tratta dell’intelletto possibile, che ridestato si impone a tutto ciò che è caduco e transitorio. La donna genera così un essere che è il principio di una nuova esistenza. Essa è iniziatrice alla grande opera che consiste nel ritornare al grande uno dal quale siamo derivati prima di esserci individuati nella materia .


Conclusioni

A vent’anni dalla sua morte ci piace ricordare Gaetano Ravizza infaticabile ricercatore di un assoluto al quale tese per tutta la sua esistenza. Contro il materialismo, ma anche contro la semplice religione dogmatica o devozionale egli cercò fino alla fine dei suoi anni la salvezza nella ricerca spirituale inseguendo il sogno di un mistico connubbio divinizzante in grado di sollevarlo dagli affanni di una vita di solitudini e marginalità. Ravizza è una figura che alterna slanci metafisici a più prosaiche difficoltà quotidiane fatte di alcol e solitudine dove accanto agli afflati mistici si può trovare il dolore di chi, solo, soffre, portando su di sé le stimmate del vate incompreso.


Stasera ho le stimmate sulla mia fronte:
larghe, rosse, violente, profonde,
come quelle di un moderno povero Cristo,
che la sventura e il turbine hanno marchiato!
(…) stasera ho le stimmate sulla fronte:
volute, create, sperate dal peggio del mondo:
mi guardo spaurito, nauseato, sconfitto
nel mio amor proprio di Vate incompreso! (…)

G. Ravizza, Le stimmate in Civil Malebolge, 1959


Una solitudine che nelle sue liriche viene sublimata nella figura di un viator medievale alla ricerca di Dio come si legge ne La Tregenda del cercatore.
Nell’estasi della contemplazione Ravizza immagina un essere nel mondo al di fuori dal sé abituale. Egli descrive il sogno di un contatto mistico con la divinità che comporta l’abbandono del pensiero logico per causas in favore di una conoscenza che è piena identità tra soggetto ed oggetto, una conoscenza senza dualità, un’intelligenza spinta al di là delle parole. In questo anelito mistico c’è probabilmente il bisogno di far ritorno ad una esperienza unitaria ed unitiva che è contestuale al periodo perinatale nel quale c’è indifferenziazione o co-identità del bambino con la madre, tra l’io ed il mondo.


(…) io penso all’entusiasmo di me bambino,
quando le pure cose erano degne e care!
Mentre passano gl’anni e in questo mio tormento
Vorrei sentirmi ancora fuso con la Madre mia
e nel ricordo Suo aver accanto lei, ogni momento (…)

G. Ravizza, Le segrete domande in Le vie del mondo e della vita, 1959


E’ in questa coincidentia oppositorum che Ravizza ricerca la salvezza e la redenzione da una esistenza dolorosa. La poesia al pari della donna/madre/angelo svolge il compito di elevare la mente egoica al di là della contingente e dolorosa realtà fenomenica per insegnare agli uomini la via della liberazione come compare in una delle sue opere più ispirate dove in controluce compaiono due testi da lui letti e molto amati come Il libro tibetano dei morti e La vita è sogno di Calderon de la Barca


(…) non temer l’Essenza della vita,
né l’abisso della morte fisica;
pensa che tutto è sogno: la vita e la morte;
il tutto e il nulla; sole realtà: la libertà e il dolore! (…)

G. Ravizza, La vera vita in Roseto ardente, 1953


Nella speranza di questa esperienza salvifica si spense quattro lustri fa all’età di 74 anni Gaetano Ravizza. Per molti acquesi, egli fu Il Professore, il Poeta Folle, che tra un bicchiere e l’altro declamando Catullo e Leopardi cercava, con l’alcol e la poesia, di placare l’inquietudine di una vita trascorsa nella tumultuosa ricerca di un senso. Di fronte al male di vivere fuggì alle angosciose domande del nichilismo contemporaneo trovando rifugio nel pensiero tradizionale dal quale fu proiettato in un passato mitizzato dove gli uomini erano tutt’uno con la divinità.


(…) eppur in tutto questo assordante frastuono,
che chiaman modernità di vera Vita
e invece è la follia dei figli del tuono
c’è ancor chi chiama Dio in sua ansia infinita! (…)

G. Ravizza, Sentire la vita a piangere in Fede, Virtù, Valore, 1971


La sua produzione poetica, assai prolifica , ci regala il profilo di un uomo che seppe frequentare pensieri eterodossi e cercare originali contaminazioni fra sistemi filosofici e religiosi nella speranza della divina illuminazione. Il Tibet vagheggiato più che un luogo geografico rappresentò per Ravizza una sorta di spazio mentale al quale fare ritorno con la speranza di rendere il suo cuore e la sua mente la cenere spenta di cui parlano i testi dei mistici orientali.
Possiamo dire che mai nessun sogno fu più disatteso di questo, ma come tutti i sognatori e visionari Ravizza ci insegna che più che la meta è importante il cammino, ed il suo fu sicuramente percorso con il coraggio e l’incoscienza di chi fino alla fine dei suoi giorni non rinunciò a sognare la possibilità di trasmutare la propria caduca e dolorante vita in quella di un uomo partecipante dell’immortalità olimpica attraverso una autotrascendenza che è via verso quello spazio sovrannaturale dove:


(…) Ogni apparenza in realtà si tramuta
Per chi padrone del proprio corpo fisico
Si fa ubbidir da esso e gli contende
Ogni destre che lo spinge al male:
talchè, mentre l’Anima esulta
nella Regal Dimora della Mente,
il cuore fatto calmo e sorridente,
a Dio Eterno con Amor s’arrende!

G. Ravizza, La via dell’autodominio ne Il Sentiero Poetico, 1952

Pierpaolo Pracca è autore della monografia:  Il venditore di poesia - Vita e pensiero di Gaetano Ravizza

Ringraziamenti.
Questo piccolo contributo alla memoria del poeta acquese Gaetano Ravizza è stato possibile grazie a tutte quelle persone che costituiscono la memoria storica della nostra comunità. Un ringraziamento particolare per la collaborazione ed i preziosi consigli va rivolto agli amici: Lionello Archetti Maestri, Paolo Giovine, Filippo Chiarlo, Mirella Galliano, Carlin Ricci, Paolo Alemanni, Angelo Martino, Lucia Baricola, Dede Pronzati, Carmelina Barbato, Carlo e Giovanni Pracca.
Un ringraziamento particolare va al Prof. Sergio Portelli della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università de La Valletta di Malta.

Jacques Pierre Rigaut e Francesca Lagomarsini

 

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